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È questione di metodo – Pt.1

Descrizione della programmazione di allenamento secondo la metodologia tradizionale.

Gli allenatori dilettanti di solito tendono ad emulare i grandi allenatori, quelli che con il tempo e i risultati si sono affermati più di altri. Sia ben chiaro, emulare secondo me è un pregio, a patto di studiare a fondo e costruire solide basi verso la direzione scelta.

In questa rubrica, analizzerò prima la metodologia tradizionale e successivamente l’allenamento globale, con nessuna pretesa di indicare la miglior via per procedere, bensì solo per evidenziarnele diversità.

L’allenamento tradizionale

In genere è concepito come una serie di contenitori distinti e separati da riempire. Possiamo chiamarli preparazione fisica, tecnica, tattica e psicologica. Di solito si dedica gran parte del tempo alla preparazione condizionale (fisica) dell’atleta perché la si reputa il requisito senza il quale non sia possibile affrontare il resto. È facile imbattersi nelle famosissime diagonali per “alzare” i battiti cardiaci ed essere dunque in grado di migliorare la capacità aerobica del calciatore. Ovviamente a seconda della necessità (resistenza, potenza o velocità) le attività cambiano e si adattano allo scopo che si sta ricercando.

Una sorta di fissazione di molti mister è quella di effettuare, in occasione della preparazione precampionato, corse intorno al campo intervallate da recuperi più o meno lunghi, o estenuanti corse nella natura magari dopo una forte pioggia, il cui terreno diventa complice di un “sano” potenziamento muscolare. Tali allenamenti, spesso svolti in doppia seduta (nel precampionato), si risolvono in lavori estenuanti con l’unico scopo di mettere “benzina nel motore”, come si dice in gergo. Nel dilettantismo ciò viene svolto anche senza una reale competenza di natura atletica, e questo può portare, nel maggior parte dei casi, a infortuni muscolari o tendinei con conseguenze talvolta anche piuttosto gravi.

È bene specificare come la maggior parte degli allenatori supponga che un allenamento intensivo a inizio stagione implichi una capacità atletica duratura durante tutta la stagione sportiva. Questa, a mio avviso, è una convinzione del tutto erronea, in quanto è vero che atleticamente il calcio comprende sempre dei lavori specifici sulla cosiddetta parte condizionale, ma è anche vero che il corpo si abitua e si adatta allo sforzo che gli viene richiesto; per questo entro tre settimane dalla modifica degli allenamenti (quindi conclusa la preparazione), l’atleta si abitua alla sollecitazione a cui è sottoposto “dimenticando” sostanzialmente a ottobre ciò che è stato fatto a fine agosto.

Come detto, l’allenamento tradizionale tende, in genere, a separare i vari aspetti nelle sessioni d’allenamento (condizionale, tecnico, tattico e psicologico). Alcuni allenatori, inseriscono all’interno della loro sessione d’allenamento molte di queste caratteristiche, cercando, separatamente, di farle avanzare secondo le proprie necessità.

Nella maggior parte dei casi l’aspetto condizionale risulta essere quello predominante, o comunque quello a cui si fa riferimento per subordinare gli altri. Da questa subordinazione nasce l’idea della ricerca dell’intensità, della rapidità nelle decisioni, e di conseguenza di alcune regole quali, ad esempio, l’obbligo del “massimo due tocchi”.

La tecnica e la tattica sono visti come asserviti alla condizione atletica, in quanto devono essere sviluppate mantenendo standard condizionali elevati, o comunque in linea con quelli richiesti dal mister.

È importante ricordare che il Settore Giovanile ha esigenze ben diverse da quelle della Prima squadra; chi lavora nelle giovanili come farebbe con una Prima Squadra commette un errore che talvolta può risultare irrecuperabile.

Nei casi migliori, quando l’allenatore conosce la strada che vuole intraprendere, le attività sono costruite in progressione orizzontale. In questi casi l’atleta si trova di fronte a esercitazioni costruite specificatamente per la sua crescita, dalla linea allo spazio, dall’individuale al collettivo, oppure più genericamente dal semplice al complesso.

Questo risulta un buon inizio, dal mio punto di vista, sebbene non corrisponda alle mie attuali idee da allenatore dilettante. Ritengo che la base sia continuare a formarsi e informarsi. Io, ad esempio, amo osservare gli allenatori all’opera. Difficilmente critico, ma quasi sempre pongo domande sulle motivazioni che hanno portato alla strutturazione della sessione d’allenamento.

Questo processo di crescita (ancora in atto) mi ha portato a credere in un calcio globale, complesso e articolato, dove ogni componente è al servizio del modello di gioco dell’allenatore e di come egli ha deciso di impostare la propria organizzazione di gioco. Di questo ne parleremo nella seconda parte.

Daniele Cane

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