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(Saper) Perdere è l’unica cosa che conta – Parte 1

La provocazione è fin troppo evidente, forse troppo netta per essere il mio primo articolo su questo “blog”, se così posso chiamarlo, anche perché per me è molto di più. Ne approfitto, infatti, per ringraziare Andrea, Gianluca e Giancarlo per avermi coinvolto e aver ideato questo progetto e gli auguro davvero di riuscire a creare una rete di confronto tra allenatori e non solo.

Invito chiunque si avvicini a questo elaborato di continuare a leggere “fino alla fine” e mi scuso fin da subito se qualche addetto ai lavori storcerà il naso leggendo che “perdere è l’unica cosa che conta”.

Si parla tantissimo di vittorie ottenute in maniera incredibile, coppe prestigiose portate a casa e titoli ambiti magari strappati per miracolo all’ultimo secondo.

“Mister, qual è il segreto del vostro successo?” – “Oggi si vedeva subito che era giornata, come hai fatto?” –  Oppure, a seconda di come è andata la partita – “Cos’hai detto ai tuoi ragazzi nello spogliatoio per essere riusciti in una rimonta del genere?”

Innanzitutto credo ci sia un distinguo importante e fondamentale: un conto è competere tra Formula 1, come spesso accade, giustamente, tra squadre professionistiche che hanno, o almeno dovrebbero avere, un obiettivo diverso da quelle dilettantistiche, un conto è partecipare ad un torneo eterogeneo composto da moto – le squadre – di diversa cilindrata – il valore reale della squadra – dove un cinquantino può trovarsi di fronte ad un ben più prestante bolide da 500cc.

Nel primo caso i livelli sono pressoché simili, certo, con qualche eccezione, ma pur sempre Formula Uno, mentre nel secondo caso assistiamo, purtroppo inevitabilmente, a vittorie in doppia cifra e sconfitte indecorose utili a nessuno dei partecipanti.

Umanamente cerchiamo sempre di rievocare una vittoria, che porta con sé emozioni quasi sempre e solo positive, mentre allontaniamo le sconfitte, quasi come a volerle dimenticare.

Eppure la vita è fatta di sconfitte che, se analizzate e vissute con razionalità, contano più di qualsiasi vittoria.

E’ per questo che, da allenatore di settore giovanile e di squadre dilettanti, mi piace sempre fare il contrario, al fine di trovare il giusto equilibrio: evidenziare gli errori durante le vittorie e valorizzare i punti di forza durante le sconfitte.

Aprendo il capitolo sconfitte si può da subito fare una distinzione importante dal punto di vista mentale: la grande differenza tra il perdente e lo sconfitto.

Credo che il primo sia più da leggere come un modo d’essere, molto difficile, anche se non impossibile, da modificare.

Il secondo resta uno stato più temporaneo, volatile, transitorio, che scivola via lasciando cicatrici utili da ricordare per il futuro.

Perdere ci insegna a reagire, ad essere autocritici, ed è proprio qui che, a mio avviso, entra in campo la grande differenza tra perdente e sconfitto.

Un perdente resta tale, rimugina, si lecca le ferite senza mai farle cicatrizzare.

Uno sconfitto, invece, guarda avanti, sa che c’è sempre un qualcosa di casuale che inevitabilmente ha influito nella sua debacle e pertanto cerca di lavorare solo su quanto da lui controllabile: la sua prestazione.

Juri Monzani

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